Rigettando i diffusi cliché sulle rappresentazioni del dolore e del trauma, "Sorry, baby" inscena le fasi della guarigione dopo una ferita profonda. Un film per tutti coloro che si sentono l'etichetta di "vittima" addosso e cercano l'occasione per scrollarsela.

Di Giovanni Scalera

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Mentre molti film sfruttano il dolore per fare spettacolo, l’esordio di Eva Victor con Sorry, Baby sceglie una strada diversa: analizza il trauma con estrema precisione, spogliandolo di ogni cliché. Il momento che spacca in due la vita adulta di Agnes avviene rigorosamente fuori campo. La regista sceglie di non mostrare l’aggressione subita dal mentore di lei, il professor Decker; preferisce parcheggiare la cinepresa all’esterno, lasciando che sia il cielo che si oscura a raccontare l’orrore. Grazie a questa scelta, il film smette di essere il resoconto di una violenza e diventa un ritratto psicologico su come si torna a esistere dopo un trauma: non conta l’atto in sé, ma il vuoto ontologico che esso genera.

La storia procede per capitoli, mostrandoci Agnes in due momenti diversi: prima come studentessa piena di sogni e poi come professoressa che deve fare i conti con un passato doloroso. Al centro della pellicola risiede la lotta contro quella che Jean-Paul Sartre definiva la reificazione attraverso lo “sguardo” dell’altro. Dopo il trauma, il mondo tenta di trasformare Agnes in un “oggetto”: i medici insensibili la criticano, le colleghe universitarie offrono una solidarietà di facciata (“sappiamo cosa provi, siamo donne“) che serve solo a liquidare la sua pratica. Agnes risponde a questo tentativo di incasellamento con un umorismo tagliente, quasi violento, e con gesti impulsivi come chiedere al vicino Gavin del liquido per accendini per incendiare l’ufficio di Decker. Non è follia, ma la rivendicazione sartriana della propria trascendenza: il rifiuto di coincidere con l’etichetta di “vittima”.

La regista evita di rappresentare il dolore in modo banale. Agnes non è il ritratto della disperazione: la vediamo adottare un gatto per stare meglio e provare a stare con Gavin in modo goffo ma autentico. Ci mostra che il trauma non cancella la voglia di intimità, ma la trasforma in una sfida tutta da riscoprire. Fondamentale è l’amicizia con Lydie: una fiducia inespressa fatta di battute scurrili e abbracci prolungati, l’unico porto sicuro in un mare di isolamento emotivo.

Il finale ci regala una catarsi priva di facili buonismi, mediata da incontri banali ma profondi, come un panino condiviso con uno sconosciuto premuroso. Quando Agnes si ritrova a chiedere scusa alla figlia neonata di Lydie per le inevitabili delusioni dell’esistenza, non esprime nichilismo o cinismo, ma una profonda onestà intellettuale. La guarigione, suggerisce Victor, non è un ritorno a una purezza perduta, ma la scelta coraggiosa di continuare a definirsi soggetti liberi nonostante l’assurdità e incomprensibilità della sofferenza.

 

Libro ispirato alle tematiche del film: My dark Vanessa di Kate Elizabeth Russell