Quale progresso possiamo costruire senza la tutela dei diritti dei lavoratori? Dalla Mostra del Cinema di Venezia un film tristemente attuale sulla tragedia della sicurezza sul posto di lavoro e le responsabilità della politica.
Di Gabriele Lingiardi
Nel 2015, in Francia, un operaio interinale identificato come Mamadou Traoré morì sul posto di lavoro. Era nel paese senza documenti di identità. L’incidente di cui fu vittima venne nascosto per due mesi, tra l’indifferenza generale. A raccontare questa storia, poco riportata anche nelle fonti di informazioni francesi, è Akihiro Hata il regista di Grand Ciel. Il film arriva in sala a ridosso dell’ennesimo omicidio sul posto di lavoro in Italia, quello di Loris Costantino, presso l’ex Ilva. Le distribuzioni decidono con ampio anticipo la data di uscita di un’opera, eppure il tempismo di questo film non passa inosservato.
Akihiro Hata si divide tra il Giappone, sua patria d’origine, e la Francia in cui vive da ventuno anni. Ha assorbito da una parte la concezione del lavoro come pezzo fondamentale dell’identità di una persona e il trauma vissuto da chi non riesce a sentirsi parte dell’ingranaggio sociale. Dal versante europeo ha tratto l’uso dell’impiego come strumento di controllo, di contesa politica, ma anche oggetto di lotte per i diritti. Una miscela che ha dato origine a un film a tratti surreale, quasi fantascientifico. Un’inquadratura totale, degna del futuro distopico di Blade Runner, porta dentro un quartiere avanguardistico in costruzione.
Vincent (Damien Bonnard), operaio edile temporaneo, è inviato insieme a una squadra a rinsaldare le fondamenta. Un errore nel getto di calcestruzzo ha causato delle crepe nella pavimentazione. Durante i lavori, uno degli operai scompare nel silenzio generale. Le indagini dei colleghi portano in una direzione apparentemente insensata: è il grattacielo stesso ad essere il rapitore?
Posizionandosi ai confini della realtà, la regia usa i simboli per fare una critica sociale. A costruire le case dei ricchi sono persone che mai potranno permettersele. I loro corpi, il sudore e il sangue, sono nelle pareti. I fumi e la polvere della costruzione sono dentro di loro. Con una sceneggiatura più curata, Grand Ciel avrebbe inventato i termini e le immagini con cui raccontare il presente. Purtroppo resta solo un buon film per ricordarsi che il progresso senza diritti ha un costo in termini di vite umane.