Occhi puntati sui bambini nelle zone di conflitto: il film selezionato dalla giuria della Diocesi di Milano e dal FESCAAAL racconta la tragica attualità con cui dobbiamo confrontarci. Per metterla al centro delle nostre riflessioni e delle nostre preghiere.
Di Giovanni Bonzanino
Nelle zone di conflitto, l’infanzia non è un tempo, ma una condizione precaria, una condanna. Il film premiato da ACEC Milano alla 35ª edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, Irkalla – Gilgamesh’s Dream, ci racconta questo vissuto assumendo un punto di vista che non ci viene sempre facile prendere in considerazione: quello dei diretti interessati, i bambini che vivono sotto le bombe.
Baghdad, autunno 2019, la città è attraversata dalle proteste dopo anni di dittatura e occupazione. Un gruppo di amici orfani sopravvive nei bassifondi, coltivando fragili sogni di fuga. Tra loro, Chum-Chum, sognatore, è convinto che il fiume Tigri nasconda l’accesso a Irkalla, l’aldilà da cui poter riportare in vita i genitori. Quando l’amico Moody resta coinvolto in un complotto più grande di lui, il destino lo porterà a prendere una decisione: aggrapparsi al mito o accettare la realtà?
Uno degli elementi più potenti del film iracheno è la scrittura poetica, che senza scadere nel patetismo è capace di dare forma a ciò che si è perso. Lo sguardo del regista Mohamed Al-Daradji – cresciuto in quella Baghdad – si traduce in una narrazione intima e stratificata, dove il mito non è evasione ma linguaggio per nominare il dolore. In questo contesto, gli adulti hanno lasciato un vuoto affettivo ed educativo: Chum-Chum si aggrappa al suo telefono e così un device sostituisce il genitore che non c’è. È qui che cinema e mitologia diventano strumenti vitali: nutrono l’immaginazione del protagonista e riempiono l’assenza degli adulti, facendosi veicolo di sopravvivenza emotiva e resistenza.
Come crescono i bambini nelle zona di conflitto? Un quesito tristemente attuale, ma in definitiva retorico: sappiamo tutti quali sono le condizioni in cui versano. Ma con Irkalla si carica di un peso nuovo: i bambini crescono come possono, aggrappandosi a ciò che resta. E forse è proprio in quel fragile intreccio di immaginazione e dolore che si nasconde l’unica, ostinata possibilità di futuro.