Obbedienza e identità: il concetto kantiano di "minorità" nel film «L'Isola dei ricordi».

Di Giovanni Scalera

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Aprile 1945. Il dodicenne Nanning vive con il fratello minore e la madre Hille, in avanzato stato di gravidanza, sull’isola di Amrum, nel Mare del Nord. Sebbene la famiglia sia fuggita da Amburgo per scampare ai bombardamenti, Nanning si sente un estraneo in questa terra di confine, dove il padre, ufficiale delle SS, è una presenza assente ma ingombrante. Mentre il regime nazista vive i suoi ultimi, disperati momenti, l’isola sembra vivere fuori dal tempo, ancora prigioniera delle vecchie idee di regime: Hille è una fervente nazista che denuncia persino la vicina Tessa per aver osato sperare nella fine della guerra.

In questo scenario, il regista Fatih Akin mette in scena il film “L’Isola dei ricordi”, un dramma di formazione. Tutto ruota attorno a una missione elementare eppure impossibile: procurare a una madre abbattuta per la fine Hitler e dal parto prematuro una fetta di pane bianco con burro e miele.

Dal punto di vista filosofico, il film è una potente illustrazione del concetto di “minorità” di Immanuel Kant. Questi definisce la minorità come l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Gli isolani, e in particolare la madre di Nanning, hanno smesso di distinguere autonomamente il bene dal male, lasciando che fosse la fede assoluta nel nazismo a decidere per loro. Il crollo del regime non è vissuto come una liberazione, ma come un totale smarrimento dell’identità: senza la “guida” esterna, il loro mondo perde di significato, come dimostra la scena drammatica in cui Hille tenta inutilmente di acquistare carne con i buoni pasto di un Reich che non esiste più.

Nanning, al contrario, incarna il faticoso processo di uscita dallo stato di minorità. Pur indossando l’uniforme della Gioventù Hitleriana il ragazzo inizia a dubitare. Quella che sembra una semplice ricerca di cibo diventa un viaggio pieno di significati nascosti, svelando a poco a poco le ferite morali e sociali lasciate dalla guerra: il confronto con la morte (nella caccia alle foche), e la scoperta di una comunità chiusa, che parla il dialetto locale e guarda con diffidenza chiunque venga dalla terraferma.

Il giovane protagonista rivela una determinazione fuori dal comune: la prontezza nel salvare un coetaneo dal fango ne è la prova. Questo lo rende moralmente più integro di chi è rimasto schiacciato dalla sconfitta. Mentre la vecchia generazione crolla, Nanning trova finalmente la forza di diventare sé stesso. Il film è un invito toccante a costruire la propria strada senza farsi schiacciare dai legami d’obbedienza imposti dagli altri, dimostrando che la speranza può nascere anche quando le vecchie idee in cui si credeva crollano del tutto.

 

 

Libro che per tematiche si ispira a quelle del film: L’amico ritrovato – Fred Uhlman