Un racconto epico, ambientato nelle campagne attorno a Delhi, che racconta l'amicizia di due giovani segnata da attese e disillusioni. Presentato a Cannes 2025, è passato pochi giorni fa al FESCAAAL di Milano: ora è possibile vedere in sala «Homebound».

di Giovanni Scalera

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In Homebound – Storia di un’amicizia in India il regista Neeraj Ghaywan, sotto la guida attenta di Martin Scorsese come produttore, porta avanti una potente riflessione sulla fragilità dell’esistenza ai margini. Il film trasforma la cronaca sociale dell’India contemporanea in una meditazione filosofica sulla dignità ferita, osservando come il peso della casta e della religione possa sradicare l’essere umano dal proprio diritto di esistere. Attraverso la storia di Shoaib e Chandan— l’uno musulmano, l’altro Dalit — il film esplora la lotta di chi vive nelle periferie esistenziali dell’India moderna, cercando di sfidare un destino di invisibilità.

La parabola di questi due giovani trova un interessante riferimento nel pensiero di Simone Weil. Per la filosofa, la condizione degli ultimi non è solo povertà, ma “sventura” (malheur): un evento che sradica l’anima, rendendo l’essere umano una “cosa” agli occhi del sistema. Shoaib e Chandan incarnano questa sventura nel quotidiano: nell’esitazione di Chandan a pronunciare il proprio cognome per non svelare la casta, o nella furia di Shoaib contro i pregiudizi dei datori di lavoro. Il loro sogno di indossare l’uniforme della polizia è la ricerca di un “radicamento”: l’illusione di un terreno solido su cui finalmente esistere con onore e ottenere rispetto.

Il cuore pulsante del film, tuttavia, risiede nell’amicizia tra i due, descritta come un legame così simbiotico da rendere difficile distinguere a quale casta appartengano i rispettivi genitori. In un contesto politico frammentato che trasforma ogni conversazione in un’umiliazione, il loro rapporto diventa quello che la Weil definirebbe un’amicizia pura: un miracolo di uguaglianza dove due persone si riconoscono reciprocamente come esseri umani, mentre la realtà circostante tenta di annullare la loro interiorità. Dalla pace del fiume alla protezione contro l’odio, ogni loro piccolo gesto quotidiano si trasforma in una forma silenziosa ma potente di ribellione

L’irruzione della pandemia di COVID-19 agisce come la forza cieca della necessità, trasformando il “ritorno a casa” in uno sradicamento definitivo. Sebbene il lockdown cerchi di dividerli evidenziando le diverse vulnerabilità delle loro fedi, la loro fratellanza rimane l’unico spazio non contaminato dal pregiudizio. Il film ci ricorda che, se la sventura ha il potere di distruggere l’identità sociale, solo l’amicizia autentica può preservare la luce dell’anima. Un film necessario che trasforma il dolore degli invisibili in un grido universale di umanità.

Libro ispirato alle tematiche del film: Il ministero della suprema felicità di Arundhati Roy