di Gianluca BERNARDINI

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Tratto dal romanzo omonimo di Robert Domes, arriva nelle sale «Nebbia in agosto», il film che narra la storia di Ernst Lossa, un tredicenne orfano di madre, intelligente ma disadattato, che all’inizio degli anni ‘40 nel Sud della Germania giunge, dopo aver girato diversi riformatori, in un’unità psichiatrica a causa della sua natura ribelle. Il ragazzo capisce subito che quello non è il suo posto, ma non può fare nulla. Deve aspettare che il padre di origine jenisch («zingari bianchi»), venditore ambulante senza fissa dimora, come promesso «presto» venga a prenderlo per portarlo in America. Intanto Ernst si deve adattare alla clinica diretta dal dottor Veithausen, un uomo alla prima apparenza dolce e gentile, ma in realtà perfido e obbediente al regime nazista. Qui poco per volta, il giovanissimo Ernst mentre si affeziona e cura i più disadattati grazie all’esempio di una giovane religiosa infermiera, si accorge che molti pazienti, soprattutto i più piccoli e fragili, vengono messi a morte. Sono un grosso costo per la società civile e per il programma di liberazione della Germania dall’invalidità fisica e mentale. Insieme a Nandl, suo primo amore, il coraggioso jenisch decide di opporsi alla catena di morte organizzando un piano di fuga, non capendo però il grave pericolo a cui andrà incontro. Kai Wessel mette in scena una storia vera, una di quelle che non si vorrebbe mai sentirsi raccontare. E lo fa anche molto bene, mettendo in luce le atrocità, anch’esse reali, delle teorie eugenetiche sostenute dal Fuhrer. Un racconto utile per mostrare ancora una volta a cosa può arrivare l’individuo quando l’atrocità del male si inserisce nell’animo umano. Anche quando si traveste di bontà e gentilezza (com’era la bella infermiera che portava la bevanda mortale al succo di lamponi). Non ci sono sconti né per Ernst, costretto a ripulire il sangue sui tavoli dell’obitorio dopo l’avvenuta l’autopsia, né per noi spettatori che ci domandiamo come è stato possibile che potesse accadere tutto questo. L’indomito coraggio del giovane protagonista diventa così, anche per noi, un monito perché nella nostra esistenza si possa avere il coraggio di opporsi sempre a qualsiasi richiesta di un terrificante jawhol («sissignore») e dinanzi a ogni possibile disumano orrore. Un film per la Giornata della memoria della Shoah (27 gennaio), ma non solo. Per non scordare mai il male del passato.

Temi: eutanasia, morte, violenza, nazismo, ragazzi, speranza, libertà, vita.