Margot Robbie e Colin Farrel ci portano nei loro ricordi per affrontare le memorie più dolorose e vincere il trauma: "A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario" ci appare come una commedia romantica come ce ne sono tante, ma nelle pieghe della sua trama riesce a parlarci del nostro percorso interiore per fare pace con il passato e arrivare a un equilibrio.
Di Giovanni Scalera
Con A Big Bold Beautiful Journey – Un viaggio straordinario, il regista Kogonada abbandona le atmosfere pacate e introspettive dei suoi film precedenti (Columbus, After Yang) per un cinema più spettacolare e popolare. Il risultato è una grande e audace fantasia romantica, dipinta con tonalità vivaci.
Si tratta di una commedia romantica che sacrifica la leggerezza del genere in favore di una profonda, quasi metafisica, indagine sull’amore e l’impegno. La trama vede i due protagonisti, David e Sarah (Colin Farrel e Margot Robbie), le cui strade si incrociano in un Burger King lungo la strada dopo che l’auto di lei – noleggiata, proprio come quella di David, dal bizzarro duo di una misteriosa agenzia – si rompe. Insieme, sono spinti da un GPS “mistico” a cercare e attraversare una serie di porte che, pur non portando a destinazioni geografiche, li trasportano in tempi e luoghi cruciali del loro passato. Queste rivisitazioni non hanno lo scopo di alterare la storia, ma di riviverla con intenti terapeutici.
Il nucleo filosofico del film trova una potente risonanza nel pensiero di Henri Bergson, in particolare nel concetto di Durata (durée) e nel rapporto tra Memoria Pura e Memoria-Immagine. Per Bergson, la coscienza è un flusso continuo in cui il passato coesiste con il presente. Il meccanismo delle “porte magiche” diviene l’espediente cinematografico per visualizzare questa teoria: il passato è conservato integralmente, come memoria pura, e il viaggio costringe i personaggi a farlo emergere e renderlo memoria-immagine, accessibile e operativo nel presente.
Sarah rivive il senso di colpa per non essere stata al capezzale della madre morente, mentre David ripensa al rifiuto subito dalla cotta del liceo durante una recita scolastica. In quest’ottica bergsoniana, l’amore si concretizza solo grazie a un’onesta e inaspettata riunione con le proprie esperienze passate. Integrando i fallimenti e i traumi, i personaggi riescono a sbloccare la loro energia interiore e ad aprirsi finalmente all’impegno. Se da un lato l’opera sconfina nel sentimentalismo, dall’altro mostra la mano di un Kogonada riflessivo, che qui esplora un territorio a metà tra realtà e sogno. Nonostante l’artificio e la bizzarria siano onnipresenti nella trama, il film risulta coinvolgente. Tuttavia, con il suo tono malinconico, pone allo spettatore un punto interrogativo che implora di liberarci dalla tirannia della certezza. Il tentativo di raccontare la memoria attraverso il fantastico resta comunque meritevole di riflessione.
Libro ispirate ai temi del film: “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”
di Audrey Niffenegger (2003)