Fede, volontà e amore materno in "C’era una volta mia madre" di Ken Scott, dove il sacro prende forma nella vita quotidiana
Di Giovanni Scalera
C’è un confine sottile che separa la determinazione dalla follia: è quel territorio dove il volere di una persona sfida ciò che la medicina ritiene impossibile. Ken Scott, portando sullo schermo la vita di Roland Perez, trasforma una semplice storia di famiglia in una profonda riflessione su come il desiderio possa letteralmente ‘modellare’ la realtà. Il film ci mostra come, nel mondo moderno, il senso del sacro non si trovi più solo nelle chiese, ma anche nelle passioni umane più accese, capaci di dare un nuovo significato alla parola miracolo.
Al centro dell’opera troviamo Esther Perez, una donna che incarna la ‘volontà di potenza’ nella vita di tutti i giorni. Di fronte alla diagnosi medica che vorrebbe il figlio Roland immobile per sempre, Esther non si arrende ai fatti: il suo è un vero e proprio atto di ribellione contro il destino. La sua non è una fragile speranza, ma una forza travolgente che agisce sulla realtà per modellarla a proprio piacimento, richiamando l’idea di Schopenhauer secondo cui la Volontà è il motore invisibile che muove ogni cosa. Per lei, curare il figlio diventa una missione sacra dove la preghiera e l’amore per i miti della musica si fondono in un unico, inarrestabile ‘culto del possibile.
È qui che il film raggiunge il suo punto più alto: l’incontro tra la fede e la pura forza di volontà. Sylvie Vartan smette di essere solo una cantante del passato per trasformarsi nel motivo stesso per cui il piccolo Roland riesce a guarire. Per lui, lei non è un semplice ricordo nostalgico, ma una vera e propria figura salvifica: un’icona che gli dà la forza di superare il dolore e cambiare il proprio destino. Se le preghiere di Esther cercano il miracolo, le canzoni della Vartan offrono a Roland la struttura logica per imparare e resistere. In questa sorta di ‘fede moderna’, la musica pop diventa il ponte che unisce la severità delle regole religiose alla fredda logica dei medici. È qui che vediamo applicata l’idea del filosofo Ludwig Feuerbach: l’essere umano ha bisogno di dare un volto ai propri desideri più profondi. Roland proietta la sua voglia di guarire e di superare i propri limiti nell’immagine della cantante francese, trasformando una star in un obiettivo concreto da raggiungere per dare un senso alla propria battaglia. La narrazione, sostenuta dalle interpretazioni vibranti dei due attori protagonisti, esplora poi il paradosso del legame: l’amore che salva è lo stesso che rischia di soffocare l’alterità. Roland deve compiere il proprio percorso di individuazione, affrancandosi da un’autorità materna tanto salvifica quanto ingombrante.
Nonostante alcune imperfezioni narrative, il film evita di scadere nel melodramma eccessivo. “C’era una volta mia madre” ci ricorda che la perfezione formale è secondaria rispetto alla verità dell’impulso vitale: l’atto di credere, in qualunque forma si manifesti, resta l’unico vero strumento di ribellione contro il destino.
Opera d’arte ispirata al film: La donna incinta (o Maternità) di Marc Chagall