Lo spietato film di James Vanderbilt mette a nudo la fragilità della civiltà moderna inscenando il processo che ha cambiato l'Europa e il mondo a fine del Secondo conflitto mondiale.
Di Giovanni Scalera
In un’epoca in cui le atrocità di guerra vengono consumate in tempo reale, il film “Norimberga” di James Vanderbilt torna a interrogarci sulle radici profonde del male. Basato sul saggio storico Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai l’opera non è una semplice cronaca processuale, ma un’indagine ontologica che mette a nudo la fragilità della civiltà moderna. Il film si apre nel maggio del 1945: Hermann Göring (Russell Crowe) si arrende agli americani con una lussuosa auto da turismo, esigendo che gli si portino i bagagli. È il prologo ideale per delineare il narcisismo tracotante di un uomo che, pur dinanzi al crollo, non ammette alcuna risonanza etica di colpa.
Il cuore pulsante del dramma è il duello psicologico tra lo psichiatra Douglas Kelley (Rami Malek) e Göring. Se Crowe restituisce un gerarca magnetico, intriso di quella “banalità del male” che Hannah Arendt individuava nella normalità dei carnefici, Malek incarna un’alterigia intellettuale che vacilla di fronte all’oggetto del suo studio. Mosso da una tensione quasi demiurgica, Kelley ambisce a sezionare la psiche del male, per poi trovarsi disarmato di fronte all’imponenza di ciò che Kant descriveva come “male radicale”, un abisso che non si lascia catalogare: quella perversione dove l’interesse personale soppianta la legge morale universale. Il loro rapporto, una dura schermaglia dialettica, suggerisce che l’abisso non sia esterno a noi, ma una potenzialità latente nella psiche umana.
Parallelamente, il film segue il giudice Robert H. Jackson (Michael Shannon), che si batte contro le pressioni per esecuzioni sommarie, difendendo la necessità di un tribunale internazionale. È un tentativo filosofico di ripristinare l’ordine etico e il primato dello Stato di diritto sulla barbarie. La tensione etica culmina quando la finzione cede il passo ai filmati reali dei campi di sterminio: In quel momento, la messinscena cinematografica cede il passo alla verità storica, lasciando che l’orrore autentico travolga ogni artificio degli attori. Nonostante alcuni rimandi al thriller, il monito finale è terribilmente attuale: il male non ha bisogno di “uniformi spaventose”. Esso risorge ogni volta che la retorica del potere annulla l’empatia, ricordandoci che il tribunale della coscienza non emette mai sentenze definitive.
Opera d’arte ispirata al film: Angelus Novus di Paul Klee