Individui fragili che non accettano la loro fragilità: «Le cose non dette» ci raccontano tutto il peso dei silenzi nei rapporti umani. La nostra rubrica di Cinepensiero.

Di Giovanni Scalera

Hopper_Nighthawks

Con “Le cose non dette”, Gabriele Muccino firma un’opera che si inserisce nella sua tradizione drammatica con una maturità nuova ma più dolente. Se nei suoi primi film Muccino raccontava l’amore con l’irruenza della giovinezza, qui preferisce distruggere ogni apparenza. Con una freddezza quasi violenta, il regista fa a pezzi la finta serenità delle famiglie borghesi, svelando i conflitti nascosti dietro la loro facciata educata. Lo sguardo del regista analizza le dinamiche di Carlo, professore di filosofia in crisi, e di sua moglie Elisa, intrecciandole a quelle degli amici Paolo e Anna.

Il tema centrale del film riflette perfettamente le idee di Zygmunt Bauman. I protagonisti incarnano l’essenza dell’amore liquido: individui immersi in legami fragili, terrorizzati dal conflitto e incapaci di gestire la solidità della verità. In un’epoca che ci abitua a dire tutto senza mai comunicare davvero, il ‘non detto’ smette di essere una forma di prudenza e diventa una distanza incolmabile. Bauman spiegava che oggi cerchiamo relazioni che non ci soffochino, ma questo ci rende incapaci di costruire qualcosa di solido.  Spesso crediamo che omettere dei pensieri o delle verità sia un modo per proteggere chi amiamo, ma il film ci mostra che il silenzio è una forma di disimpegno emotivo: scegliamo di non parlare per non affrontare la fatica di cambiare, finendo però per diventare estranei all’altro.

Il viaggio a Tangeri diventa lo spazio simbolico dove questa illusione crolla. Non è un viaggio per ritrovarsi, ma un’occasione forzata per guardare in faccia la propria fragilità. L’irrigidimento dei rapporti non nasce da un trauma improvviso, ma da un accumulo di silenzi scelti per evitare il rischio. Come nelle analisi di Bauman, i personaggi possiedono un ampio vocabolario emotivo ma un coraggio limitato: sanno analizzarsi, ma non sanno esporsi. L’irruzione di Blu, l’amante di Carlo oltre che sua studentessa all’università, funge da elemento di disturbo che rompe l’equilibrio di facciata, rivelando che il silenzio non è protezione, ma una lenta rinuncia all’esistenza.

La pellicola evita di dare lezioni morali: preferisce mostrare con onestà come i rapporti si logorano e si sgretolano a causa dei troppi silenzi. Per questo suggerisce allo spettatore che l’errore più grande non sia lo sbaglio in sé, ma il rimandare la parola definitiva. Quando i protagonisti decidono finalmente di parlare, scoprono la tragica lezione baumaniana: l’altro non è più nello stesso posto. Il film ci resta dentro perché ci costringe a chiederci se siamo ancora capaci di restare uniti, o se siamo destinati a scivolare via come tutto ciò che ci circonda.

Opera d’arte ispirata al film: I nottambuli (Nighthawks) di Edward Hopper