La montagna russa di emozioni del primo amore, ma anche la presa di consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte, il peso degli atti mancati: tutto questo e altro ancora è "L'amore che non muore", dal Concorso ufficiale di Cannes 2024.

Di Giovanni Scalera

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Il cinema di Gilles Lellouche con “L’amore che non muore” ci immerge in un turbine di passione giovanile destinato a scontrarsi con la dura realtà della vita adulta. La storia si apre con una premessa affascinante: la potenza inebriante del primo amore, capace di offuscare ogni altra prospettiva e di instillare un senso di invincibilità. Questo è il terreno fertile su cui Lellouche costruisce la prima parte del suo racconto, ambientato negli anni ‘80 nel nord della Francia: una celebrazione dell’incoscienza e della purezza dei sentimenti che trova riscontro in una narrazione a tratti agrodolce.

Tuttavia, proprio come le fiamme più ardenti, anche gli amori giovanili sono soggetti alla forza inesorabile del tempo e degli eventi. La narrazione prende una svolta drammatica quando Clotaire, giovane ribelle di umili origini, si ritrova coinvolto in attività criminali e ingiustamente condannato a una lunga pena detentiva. È qui che il film, nonostante la sua sincera intenzione, inizia a mostrare alcune crepe. Il passaggio di testimone agli interpreti adulti, pur talentuosi, non riesce a replicare la stessa intensità e della prima parte. La narrazione, 12 anni dopo i primi eventi, si concentra eccessivamente su Clotaire, relegando Jackie a un ruolo quasi secondario, privandola di una profonda esplorazione psicologica che la renderebbe pienamente coinvolgente.

Le tematiche del film trovano un’eco singolare nella filosofia di Friedrich Nietzsche, in particolare nel concetto di “amor fati“, l’amore per il proprio destino. Nietzsche sosteneva che la grandezza di un individuo risiede nella capacità di abbracciare ogni aspetto della propria esistenza, sia le gioie che i dolori, come parti integranti di un tutto necessario. Nel corso della storia, Jackie e Clotaire sono in balia di forze che sembrano superare la loro volontà: l’errore giudiziario, la prigione, la separazione. Nonostante i tentativi di deviare dal percorso segnato, come il colpo di scena finale, il destino sembra ineluttabile. La storia dei due amanti, con le sue cadute e le sue risalite, pur non risolvendosi in un’accettazione consapevole della sofferenza, riflette l’idea che la vita, con tutte le sue asperità, debba essere vissuta pienamente. L’amore tra Clotaire e Jackie, nella sua natura tormentata e quasi “malata”, diventa uno strumento di affermazione della vita stessa, di un istinto primordiale che li spinge a cercare l’altro nonostante le avversità.

In definitiva, “L’amore che non muore” è un’opera ambiziosa che mescola romanticismo, dramma criminale e una ricerca estetica audace. Sebbene la sua trama e l’impatto visivo siano innegabili, accompagnato da scelte musicali indovinate, il film fatica a mantenere la coesione narrativa e il coinvolgimento emotivo nella sua seconda metà. Ci lascia con il desiderio di tornare a quell’inizio vibrante, quando l’amore, nell’età giovanile, sembrava davvero in grado di superare ogni ostacolo.

 

Canzone ispirata alle tematiche del film: Nothing Compares 2 U di Sinéad O’Connor