Arriverà in sala distribuito da I Wonder Pictures l'ultima fatica di Bi Gan, che dipinge un mondo dove l'umanità ha rinunciato ai sogni: chi continua a farlo, lo fa per scelta e con delle conseguenze. Un'opera densa e stratificata da vedere nel buio della sala per godere della maestosa regia e delle tante intuizioni visive. Dall'inviato a Cannes Gabriele Lingiardi.

Di Gabriele Lingiardi

Resurrection 002

Bisogna approcciarsi con abbandono a Resurrection di Bi Gan. È uno di quei film per cui si fanno molti chilometri e si lotta per ottenere un accredito ai Festival di cinema. Il suo passaggio a Cannes 78 è stato un evento atteso: il regista cinese certamente non è prolifico e si capisce perché. Il suo precedente Un lungo viaggio nella notte risale al 2018 ed era un incredibile esempio di maestria tecnica grazie al suo piano sequenza addirittura in 3D per i pochi che riuscirono a vederlo.

La sua nuova opera, Resurrection, è una colossale opera sperimentale. In un futuro non ben definito gli uomini hanno smesso di sognare dopo aver capito che sono proprio i sogni a togliere la vita. Chi vi rinuncia è immortale, ma ci sono alcuni ribelli che ancora si oppongono. Sono i cosiddetti “fantasmers”. Una detective si mette alla ricerca di uno di questi uomini diventati mostri. Lo trova nei suoi sogni che sono fatti delle immagini del cinema. Difficile capire di più alla prima visione di Resurrection. Questa trama infatti non è che uno spunto per saltare in cinque storie separate (unite solo dagli stessi personaggi che si reincarnano in differenti corpi) che esplorano il rapporto tra la fantasia e il corpo. Ciascuna di queste affronta una forma sensoriale.

Non tutte sono riuscite: troppo filosofica quella del gusto e poco appassionante quella del suono. Notevole invece il segmento dell’olfatto dove un adulto e una bambina cercano di truffare un potente uomo fingendo di avere il potere di conoscere il contenuto delle carte solamente annusandole. La storia si tramuta in maniera commovente dalla suspense degli inganni alla più tenera risoluzione emotiva: perché quell’uomo è alla ricerca di persone con poteri? Il film è pieno di citazioni, dall’Innaffiatore innaffiato (uno dei primi film della storia del cinema) a L’Atalante con cui si chiude l’ultimo segmento fatto con un vertiginoso piano sequenza tra i migliori di sempre. Virtuosismi e idee a non finire.


Lo spettatore si deve abbandonare all’ipnosi di uno spettacolo visivo che solo successivamente, con la volontà di fare uno sforzo interpretativo, può diventare anche significato. Sono però i primi minuti a racchiudere tutto il valore di quest’opera che forse passerà lontana dagli occhi del pubblico (è facile affaticarsi fino ad abbandonarlo se non si è avvezzi a queste sperimentazioni), ma sarà di ispirazione per molti registi. L’incipit è un inseguimento tra il mostro e la donna che lo deve catturare. Tutto questo si svolge all’interno del suo lato onirico, ovvero all’interno dei film generati dalla mente del fantasmers. Indescrivibili, le immagini mischiano la vertigine escheriana alla plasticità del fotogramma dei surrealisti. I personaggi si muovono dentro i fotogrammi, li cambiano, ne orientano i frammenti e le ombre verso un’unica prospettiva, quella della macchina da presa. Solo lei è in grado di offrire un senso alla realtà scomposta. Nessuna intelligenza artificiale potrà mai ricreare un qualcosa di così sconvolgentemente viscerale, così semplice nella sua complessità, così straordinario nel mettere in immagini l’irrazionale umano.

 

Temi: viaggio, sogni, cinque sensi, vita, mortalità, filosofia orientale, illusioni