Genitorialità e identità, amore per i figli e per se stesse: la regista francese Anna Cazenave Cambet ci racconta la sfida di essere madre e donna oggi.

Di Gabriele Lingiardi

Love me tender 002

Quando Clémence rivela al suo ex marito Laurent di avere scoperto un lato di sé fino ad ora sopito e di avere iniziato, dopo la fine della relazione con lui, a incontrare altre donne, sembra di assistere alla fine di un lungo dissidio interiore. C’è un sollievo in questa ammissione. Doveva essere la fine di una storia, ma è solo l’inizio di un incubo. L’uomo inizia infatti una lotta giudiziaria per impedirle di vedere il figlio Paul.

Mentre Clémence esplora la sua nuova vita sentimentale, la sua vecchia identità di madre viene messa sotto i riflettori. Man mano che si susseguono gli incontri obbligatori con il figlio, di fronte al personale incaricato dal tribunale per la valutazione psicologica, il rapporto tra i due si raffredda. I vuoti sono più dei pieni, l’attesa di vedersi è anche un tempo perso di crescita insieme. Come si può essere genitori senza questa vicinanza?

È solo una delle tante domande scomode che pone il film Love Me Tender, di Anna Cazenave Cambet tratto dal libro di Constance Debré. Il suo pregio è quello di farci assistere a un lutto materno senza morte. Clémence, interpretata dalla sempre brava Vicky Krieps, viene presentata come divisa nettamente tra un prima e un dopo. L’essere una madre che lotta per la custodia del figlio e donna lesbica, alla scoperta di sé e alla ricerca di nuove relazioni. Sebbene il tribunale ribadisca che la sua omosessualità non sia un fattore che può guidare la decisione del giudice, Clémence capisce rapidamente che una vita non può esistere con l’altra.

La regia non è sempre generosa con la protagonista. Il montaggio alterna scene cariche di umanità con il figlio, agli incontri in discoteca spesso privi di tenerezza e frivoli. È tutto comprensibile, ma crea un sottile disagio in chi guarda. Anche stando dalla sua parte, ci si sente, talvolta, chiamati a giudicarla, a metterla sotto esame come se fossimo dei giudici. Questo genera la riflessione più profonda di questo film valido, nonostante troppe lungaggini: cosa si chiede a una madre? Fino a che punto una donna può ritenersi genitore se è privata del tempo condiviso, essenziale per accompagnare la crescita del figlio e non diventare estranei?