Nella filosofia di Nietzsche, il risentimento (ressentiment) è il fondamento della "morale degli schiavi": l'incapacità dei deboli di agire direttamente che li spinge a santificare la debolezza e condannare l'azione. Il Tony Kiritsis gusvansantiano, protagonista di «Il filo del ricatto» sembra voler spezzare questa catena con un gesto violento e sconsiderato: ce ne parla Giovanni Scalera per la rubrica Cinepensiero.
Di Giovanni Scalera
Con Il filo del ricatto, Gus Van Sant esplora nuovamente i territori del true-crime con un film che, pur animata di una tensione tipica da thriller anni ’70, si configura come una complessa allegoria del conflitto tra individuo e il sistema. Il film rievoca la vicenda di Tony Kiritsis che, nel 1977, prese in ostaggio il dirigente Richard Hall, collegando un fucile a canne mozze alla nuca della vittima tramite il terrificante “filo dell’uomo morto”.
Sotto la superficie di un genere consolidato, il film dialoga con il pensiero di Friedrich Nietzsche, in particolare con il concetto di Risentimento. Kiritsis non è un rivoluzionario ideologico; è l’incarnazione dell’uomo schiacciato dal capitalismo finanziario che trasforma la propria impotenza in una “rivolta morale” violenta. Come descritto nella Genealogia della morale, il suo risentimento si fossilizza in una vendetta che cerca legittimazione pubblica. Van Sant idealizza la figura del Kiritsis storico — i cui tratti erano profondamente più instabili — con un antieroe giovane e lucido, trasformando il film in un duello dialettico dove il risentimento del personaggio si infrange contro il muro di gomma del potere rappresentato da Hall senior, padre di Richard.

In un’epoca dominata dal digitale, Van Sant sceglie il 1977 per mostrare un mondo basato sull’azione e la protesta faccia a faccia. Il regista trasforma gli strumenti della comunicazione anni ’70 in veri e propri motori dell’atto. Attraverso il microfono di Fred Temple, il sequestro smette di essere un crimine privato per farsi performance pubblica e spettacolare. L’ambizione del rapitore trascende la brama di denaro per farsi fame di visibilità: egli trasforma la frequenza radiofonica in uno spazio politico, l’unico luogo dove la sua identità e l’ingiustizia subita possono finalmente sottrarsi al silenzio.
Il cuore del film, infine, risiede nel bizzarro rapporto tra rapitore e ostaggio. Tony cerca quasi un’amicizia con Richard, rivelando una solitudine terminale: i suoi affari sono come “figli”. In questo tentativo di connessione emotiva si scorge un legame al contrario, dove il carnefice chiede comprensione alla vittima per giustificare la propria sconsideratezza. Tra fedeltà storica e variazione narrativa, Il filo del ricatto sceglie la via della creazione mitologica. Van Sant non si limita a rievocare un episodio dimenticato, ma lo riveste di un’urgenza quasi politica, limando il delirio per esaltare il risentimento. Un film che non cerca risposte nella verità dei fatti, ma nella forza di una messa in scena capace di trasformare un criminale in un’icona di una inquietudine americana.
Libro che si ispira alle tematiche del film: La società dello spettacolo di Guy Debord